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Proteine


Diabete alimentazioneL’apporto proteico, nei pazienti diabetici senza evidenza di nefropatia, deve aggirarsi intorno al 12-15% (mai oltre il 20%) dell’energia totale giornaliera, che corrisponde a circa 0.8-1.2 g/kg di peso ideale/die. Il 30% delle proteine assunte nella dieta devono essere di origine animale la parte restante proteine vegetali.
In caso di microalbuminuria o nefropatia conclamata l'apporto proteico viene ridotto sensibilmente a 0.7-0.9 g/kg a cui aggiungere le perdite urinarie di proteine se c’è macroproteinuria.
L’apporto proteico deve essere limitato alla razione dietetica raccomandata (0,8 g/kg) nei soggetti con qualsiasi grado di malattia renale cronica, per ridurre il rischio di evoluzione verso l’insufficienza renale terminale.
E’ importante ricordare che un'assunzione di proteine inferiore a 0.6 g/kg peso ideale può portare a malnutrizione.

Nelle persone con diabete mellito (DM) di tipo 2, l’introduzione di proteine può condizionare un aumento della risposta insulinica post-prandiale, senza aumentare la concentrazione del glucosio. Per questa ragione le proteine non devono essere utilizzate per trattare un episodio acuto ipoglicemico o prevenire un’ipoglicemia notturna.

Grassi


L’incidenza di malattie cardiovascolari è più alta nei pazienti con diabete mellito e la riduzione del consumo di acidi grassi saturi si è dimostrata efficace nel ridurre il rischio cardiovascolare per cui l’obiettivo principale nel considerare l’apporto di grassi deve essere la riduzione dell’apporto alimentare di grassi saturi e di colesterolo.

L’apporto di grassi deve contribuire per il 25-30% (mai oltre il 35%) all’energia totale giornaliera.

Il contenuto di grassi saturi, ed insaturi con conformazione trans, deve essere inferiore al 10 % dell’energia totale. Un’ulteriore riduzione (< 8 %) può essere utile in caso di ipercolesterolemia.
I grassi insaturi con configurazione trans vengono prodotti durante il processo di idrogenazione di acidi grassi polinsaturi e sono contenuti in prodotti come biscotti, dolci, cioccolata ed in alcune margarine. Anche se rappresentano una piccola quota energetica giornaliera essi incidono negativamente sul profilo lipidico, determinando l’aumento del colesterolo LDL ("cattivo"), della Lipoproteina A ed una riduzione del colesterolo HDL (il "colesterolo buono"); inoltre, sono associati ad un incremento delle malattie cardiovascolari.

La quota di colesterolo alimentare deve essere inferiore ai 300 mg/die ed in caso di elevati livelli di colesterolo LDL inferiore ai 200 mg/die.
La riduzione dei grassi saturi, contenuti soprattutto in alimenti come burro, uova, frattaglie, formaggi, insaccati e prodotti da forno, comporta a sua volta un ridotto apporto di colesterolo alimentare.

La quota di polinsaturi omega 6 dovrà essere inferiore al 10 %.
La quota di grassi polinsaturi del tipo omega 6 (contenuti principalmente negli olii di semi) va ridotta a meno del 10%, in quanto un apporto superiore potrebbe far diminuire i livelli plasmatici di HDL e rendere le LDL più suscettibili ad ossidazione aumentandone il potenziale aterogeno.

Non c’è un limite prefissato per i grassi monoinsaturi con configurazione cis (acido oleico, contenuto principalmente nell’olio d’oliva): tale quota può variare dal 10 al 20% dell’energia totale giornaliera ed in maniera inversa rispetto alla quota di carboidrati in base alle abitudini alimentari e alla presenza di altre malattie metaboliche associate (per esempio ipertrigliceridemia).
I monoinsaturi hanno dimostrato di avere un effetto neutro sia sui lipidi che sul controllo glicemico, per cui possono essere consumati in una proporzione fino al 20 % dell’energia totale in pazienti che per esigenze particolari consumano diete ipoglicidiche.

Va incoraggiato il consumo di alimenti contenenti acidi grassi polinsaturi del tipo omega 3 (principalmente pesce).
Studi epidemiologici evidenziano che il consumo di pesce ha un effetto cardio-protettivo. Sono quindi consigliate almeno 2-3 porzioni di pesce alla settimana. Gli effetti metabolici dei preparati farmaceutici contenenti olio di pesce nei pazienti diabetici non sono ancora completamente chiari, per cui se ne consiglia l’uso solo in caso di ipertrigliceridemia e nel post infarto.

Alcool


Una moderata introduzione di alcool, fino a 10-15 g/die nelle femmine e 20-30 g/die nei maschi, è accettabile se il paziente desidera bere alcolici, preferibilmente sottoforma di vino rosso, per i suoi effetti positivi tra cui l’aumento dei livelli plasmatici di HDL, la riduzione della coagulabilità, l’aumento dell’apporto di polifenoli flavonoidi (flavonoli, antocianine e catechine) e non flavonoidi (in particolare stilbeni tra cui il resveratrolo e il picetannolo), sostanze antiossidanti che svolgono favorevoli effetti cardiovascolari.

L’assunzione di alcool, nei pazienti che sono trattati con insulina, deve avvenire nel contesto di pasti che comprendono cibi contenenti glucidi, per prevenire, soprattutto durante la notte, il rischio di pericolose prolungate ipoglicemie.
Nelle persone con diabete mellito un’introduzione moderata di alcool non ha effetti acuti sulla glicemia, ma i carboidrati contenuti nella bevanda alcolica possono avere un effetto negativo sul compenso glicemico.
L’alcool ha un valore calorico elevato, circa 7 kcal/g, se consumato in quantità elevate determina l’aumento dei trigliceridi, della pressione arteriosa, e scatena ipoglicemie, soprattutto in pazienti diabetici in trattamento farmacologico.

L’assunzione di alcool dovrebbe essere limitata nei soggetti obesi o con ipertrigliceridemia e sconsigliata nelle donne in gravidanza e nei pazienti con storia di pancreatite, epatopatia, grave neuropatia e grave ipertrigliceridemia. Le raccomandazioni sul consumo di alcool dipenderanno quindi dalle caratteristiche individuali dei pazienti.


Indice sezione "Diabete e alimentazione":


Dottoressa Nadia Sichera
studio@dietistanadiasichera.it

Riceve a Palermo
www.dietistanadiasichera.it

Pubblicato il 13 Agosto 2011 - © Vietata qualsiasi copia non autorizzata
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