In evidenza:

Prevenire l'insorgenza di un ictus? Le nuove linee guida della American Heart Associat...
Sappiamo tutti quanto sia difficile dire di no al cibo spazzatura. Cibi fritti, patatine,...

Tu sei qui


Un po’ di storia...
La storia della scoperta della vitamina D parte nel 1919 quando lo scienziato K. Huldschinsky osservò che i bambini affetti da rachitismo guarivano mediante esposizione alla luce ultravioletta e nel 1922 gli scienziati Hess e Gutman ottennero lo stesso risultato utilizzando, però,  la luce solare. Tali esperimenti hanno suggerito l’esistenza di un fattore presente nel corpo umano che per azione della luce ultravioletta veniva convertito in una molecola essenziale per il metabolismo dell’osso. Nello stesso anno Mc Collum, studiando l’attività antirachitica dell’olio di fegato di pesce, ipotizzò l’esistenza di un composto liposolubile essenziale per il metabolismo delle ossa e nel 1923 Goldblatt e Soames riuscirono a dimostrare che quando il 7-deidrocolesterolo, presente nella pelle, viene colpito dai raggi ultravioletti esso dà origine ad un composto avente la stessa attività biologica del composto lipofilo di Mc Collum.

…un po’ di chimica
Gli studi condotti per determinare la struttura della vitamina hanno consentito di identificare due forme della vitamina stessa: l’ergocalciferolo o vitamina D2, che si forma per irradiazione dell’ergosterolo (provitamina di origine vegetale), e il colecalciferolo o vitamina D3, che si forma nell’epidermide in seguito all’esposizione alla luce ultravioletta del 7-deidrocolesterolo (provitamina).

PROVITAMINA VITAMINA CORRISPONDENTE
Ergosterolo (provitamina D2)
Provitamina D2
Ergocalciferolo (vitamina D2)
Vitamina D2
7-deidrocolesterolo (provitamina D3)
Provitamina D3
Colecalciferolo (vitamina D3)
Vitamina D3


Il 7-deidrocolesterolo è un precursore che il nostro organismo può ricavare in quanto è un intermedio della via di biosintesi del colesterolo. Esso tende ad accumularsi nelle cellule epiteliali e, in seguito all’esposizione ai raggi ultravioletti di tipo B del sole, viene convertito in provitamina D3 che, per azione della temperatura cutanea, evolve spontaneamente nella vitamina D3 matura.

L’ergosterolo, invece, è una provitamina di origine vegetale infatti è presente nei lieviti e nelle piante. Molto spesso viene utilizzato dalle industrie alimentari come punto di partenza per ottenere una delle forme attive di vitamina D da inserire nei cibi per renderli ricchi di tale vitamina. Anche questo, in seguito all’esposizione ai raggi ultravioletti, dà origine alla vitamina vera e propria, ossia l’ergocalciferolo.


Assorbimento e metabolismo

Sia l’ergocalciferolo che il colecalciferolo sono forme inattive della vitamina D, è pertanto necessaria un’attivazione che avviene nel fegato e nei reni.
La vitamina D proveniente dai cibi viene assorbita a livello intestinale con la stessa modalità dei lipidi e delle altre vitamine liposolubili: viene inglobata in particolari strutture (micelle), assorbita negli enterociti (cellule intestinali) e successivamente trasportata in circolo attraverso i vasi linfatici presenti a livello dell’intestino. Nel fegato viene trasformata in una forma ancora inattiva che raggiungerà il rene dove la convertirà nella forma attiva. Bassi livelli di calcio e/o di fosforo stimolano la sintesi renale della forma attiva della vitamina, mentre elevati livelli di calcio la sintesi della forma inattiva.


Ruolo biologico

Perché la vitamina D è importante? Perché è un fondamentale bioregolatore del metabolismo del calcio e del fosforo.
La vitamina D esplica le sue funzioni principali in tre organi: intestino, rene ed ossa.
  • A livello intestinale aumenta l'assorbimento di calcio e di fosforo
  • A livello renale aumenta il riassorbimento di calcio
  • Facilita un’adeguata mineralizzazione ossea perché mantiene costanti i livelli di calcio e di fosforo.
Quindi, il ruolo della vitamina D è quello di aumentare la concentrazione plasmatica degli ioni calcio.
Esistono, però, molti fattori che possono condizionare la sintesi di vitamina D:
  • è necessaria un’irradiazione con raggi ultravioletti di specifica lunghezza d’onda (lunghezza d'onda fra 290 e 315 nm) che, specie alle nostre latitudini, si realizza solo in certe ore del giorno e in alcuni mesi dell’anno;
  • entità della superficie esposta al sole (l'esposizione assennata alla luce del sole fornisce un'adeguata quantità di vitamina D, che è immagazzinata nel tessuto adiposo dell'organismo, per essere liberata in inverno, quando la vitamina D3 non può essere prodotta);
  • tempo di irradiazione (è spesso adeguata l'esposizione delle braccia e della gambe per 5-30 minuti, a seconda dell'ora della giornata, della stagione, della latitudine e della pigmentazione della cute, fra le 10 del mattino e le 3 del pomeriggio, due volte alla settimana);
  • uso di creme protettive che possono ridurre la sintesi cutanea di vitamina D3 (se utilizzate in modo appropriato, cioè spalmandone 2mg/cm2, comportano una riduzione dell'assorbimento degli UV del 95% nel caso di creme con fattore 8 di protezione e fino a più del 99% in quelle con fattore 15. Va comunque considerato che la maggior parte delle persone non fanno uso appropriato delle creme solari e quindi la produzione di vitamina D viene comunque mantenuta a livelli soddisfacenti);
  • spessore della pelle e del tessuto adiposo sottocutaneo ciò spiega perché vi sia un maggior rischio di ipovitaminosi D nei soggetti neri (che hanno uno spessore cutaneo maggiore) e nei soggetti obesi (che hanno uno spessore sottocutaneo molto rappresentato);
  • età (a parità di esposizione solare il soggetto anziano produce il 30% in meno di vitamina D).

Fonti alimentari e livelli di assunzione raccomandati
La vitamina D è contenuta in quantità apprezzabili solo in pochi alimenti di origine animale: il fegato del merluzzo, il filetto dei pesci grassi (aringa, salmone, sardina), il latte intero, il burro, alcuni formaggi a pasta dura e le uova. In molti paesi alcuni alimenti vengono arricchiti di vitamina D.

I livelli di assunzione di vitamina D non sono perfettamente noti. Il problema consiste nel fatto che in condizioni normali l’esposizione alla luce solare è sufficiente a garantire livelli di vitamina D accettabili. Il problema nasce in individui che non si espongono alla luce o che presentano richieste maggiorate di vitamina.

Generalmente gli adulti non hanno bisogno di assumere vitamina D, a meno che debbano restare sempre al chiuso e se non mantengono un buon introito di calcio o fosforo. In caso di necessità a causa di una sintesi endogena vitaminica ridotta, si può ricorrere all'assunzione giornaliera di 10 μg/die.

Nei neonati l'apporto non dovrebbe essere inferiore a 10 μg/die.

Nei bambini di età compresa tra 1 e 3 anni dovrebbe essere introdotto lo stesso quantitativo, nel caso in cui non possano venir messi alla luce per un tempo adeguato.

Nei bambini più grandi e negli adolescenti l'esposizione alla luce permette di avere livelli vitaminici adeguati. Nel caso in cui non sia possibile stare alla luce, si possono usare quantitativi di vitamina compresa tra 10 e 15 μg/die in quanto il loro metabolismo osseo è aumentato.

Durante la gravidanza e l'allattamento le richieste di vitamina D aumentano per far fronte alla maturazione dello scheletro del feto e del neonato. Generalmente l’esposizione alla luce dovrebbe mantenere dei livelli adeguati, ma nei mesi invernali questo non è possibile e si possono verificare stati carenziali sia per la mamma che per il piccino per cui si consiglia di assumere 10 μg/die di vitamina.

Gli anziani tendono a stare meno alla luce e la loro sintesi endogena di vitamina diminuisce per cui si può ricorrere ad una supplementazione di 10 μg/die.


Carenza e tossicità
Livelli plasmatici di vitamina D inferiori a 5 ng/l determinano la comparsa di sintomi carenziali.
I segni precoci di tale carenza sono:
  • Riduzione della concentrazione sierica di calcio e di fosforo
  • Iperparatiroidismo secondario
  • Aumento della fosfatasi alcalina nel siero.
Invece i segni più tardivi di tale carenza sono:
  • Inadeguata mineralizzazione dello scheletro (rachitismo nel bambino e osteomalacia nell’adulto)
  • Debolezza muscolare
  • Dolori e deformazioni delle ossa.
L’assunzione di dosi elevate di vitamina D (superiore a 100ng/l) determina, invece, la comparsa di segni di intossicazione: nausea, vomito e diarrea, ipercalcemia e ipercalciuria, nefrocalcinosi e calcificazione dei tessuti molli.
Comunque l’eccessiva assunzione di colecalciferolo con la dieta è estremamente improbabile tenuto conto della ridotta quantità di vitamina D presente negli alimenti così come non si conoscono casi di ipervitaminosi dovuta ad eccessiva esposizione al sole. È possibile l’intossicazione solo in seguito a somministrazione di calciferolo a scopo terapeutico.


Altri articoli dello stesso autore:
Gli altri utenti hanno letto anche:

Bibliografia:
Costantini, Cannella, Tomassi “Alimentazione e Nutrizione Umana”. Il Pensiero Scientifico Editore

Pubblicato il 09 Febbraio 2012 - © Vietata qualsiasi copia non autorizzata
Ti piace questa pagina?